Duccio
Cimatti , “ Piombo” , Casa Editrice Piemme, Casato Monferrato
2005. € 11.50
PIOMBO
Stile rapido,
frenetico, incessante ( caratterizzato dall’uso della minuscola
).
Si legge tutto d’un fiato anche per il suo linguaggio immediato,
sfrontato, non adatto alla scrittura, diretto capace di rendere
vivo e graffiante il detto.
Un racconto … ? Un saggio … ? Uno sfogo … di fronte
al tentativo di mettere quegli anni che sono chiamati di “
piombo “ in una cartellina che si perderà nell’archivio
della storia nazionale “ per non rompere i coglioni mai più
“.
A questa soluzione Duccio Cimatti non ci stà; è troppo
acquietante, insulsa, infame, ingiusta chiudere quella pratica con
una bella “ pacificazione nazionale “ che azzeri i lutti
di entrambe le parti in una nescienza ottenebrante e pericolosa
specie per le nuove generazioni “ per quei ragazzini che in
questo momento stanno salendo le scale pensando che il mondo degli
adulti è ancora lontano “ (quasi una dedica).
Il libro segmentato nel suo incedere è una specie di cavalcata
in quegli anni non per celebrarli o condannarli, ma solo per riesaminarli
non accettando quei luoghi comuni che vorrebbero definirli come
“guerra civile“, ciò “ è una gran
cazzata, in guerra ci sono fazioni opposte che si fronteggiano,
qui chiunque poteva diventare un nemico da colpire, erano loro che
si sceglievano i nemici e loro che stabilivano la pena, gambizzare
o uccidere, probabilmente se la giocavano a pari e dispari “.
E’ proprio a queste persone che Cimatti pensa, “ le
vittime “, l’eredità più scomoda.
Si vuol far dimenticare il fenomeno terrorista.
“ Lo stato non è capace di garantire giustizia e allora
lasciateli uscire, fateli scivolare nell’oblio, ma cristo
non fatene dei personaggi con un’immagine da vendere per meriti
acquisiti sul campo. Non fateli interessanti “.
Tutte le ricostruzioni degli anni ’70 sembrano riconoscere
tre protagonisti : terroristi ed estremisti ; la polizia ; lo stato
con i suoi apparati e i partiti politici. Ma mancano quelli che
sono stati privati del futuro, della speranza e della vita.
Questa mancanza non può essere addebitata a Cimatti in quanto
il libro in alcune parti, pur apparendo uno scarno elenco riporta
con precisione quasi maniacale i nomi e le motivazioni reali o presunte
di queste morti.
Sono proprio queste parti che ci spingono alla riflessione, in quanto
facendo tacere i protagonisti di sempre facciamo parlare chi con
il suo silenzio non può più dirci nulla. “ Io
non sono in grado di parlare di morte, è un argomento che
posso rimandare, ma potrei parlare della vita, di quanto sia bella
e straordinaria, questa cazzo di vita che nessuno ci ha regalato,
ma che qualche stronzo ti può togliere in un momento di esaltata
follia “.
Ed è proprio nel ricordo dei suoi due amici di infanzia,
Stefano e Valerio , come di tutti gli altri che il nostro realizza
le pagine più vive e più sprezzanti per gli altri
burattini e burattinai in questa Italia del teatrino.
Un libro intenso, sentito, auto ironico, spietato nello stigmatizzare
gli atteggiamenti dell’una come dell’altra parte che
però ci informa dei desideri, delle speranze, delle delusioni
di quegli anni dove si incominciava a delineare il declino del bum
economico.
Tutto ciò sullo sfondo di un quartiere in costruzione, Montesacro
, che tra mille contraddizioni e divisioni anche per strade parallele,
mostra tutta la sua carica di umanità e vitalità.
Saggio autobiografico? Direi proprio di no, ma rivisitazione della
propria storia esistenziale e politica alla luce delle scelte operate
sulla base del sentire e del vivere proprio di un periodo di grande
enfasi prima che tutto rifluisse nell’intimismo borghese.
Forse è proprio sulla tesi di fondo che si può aprire
un dibattito su questo libro e cioè quel terrorismo che permettendosi
di “ definirsi l’avanguardia armata della contestazione
rivoluzionaria acuì ancor più questa accentuazione
tra politici e non “.
Spetta a noi non mettere nella cartellina dello storico questo periodo,
ma trarre spunto da esso per capire il riflusso , per riprendere
quel desiderio di ritornare a una politica fatta di problemi per
e con il popolo , e non di autoreferenzialismo come quello dei terroristi
o di acquiescenza o assopimento come quello dei politici.
Giampy
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