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Sabato 27 maggio
Lo scommettitore di Remo Bassini

Chi è lo scommettitore? È uno che scommette prima di tutto con se stesso, e poi con gli altri. Uno che se ascolti i suoi consigli ti farà vincere sempre, perché il suo mestiere è quello di usare intrighi e menzogne per farti ottenere un incarico politico, una poltrona da sindaco, da assessore regionale. Lo scommettitore lavora nell'ombra e mette in campo ogni mezzo: prostitute, cimici, spioni, corruzione. E più la scommessa è difficile, più lo scommettitore ama giocare. Fino al giorno in cui decide di scendere in campo in prima persona per una donna, candidata sindaco ma già data per perdente... Un libro che racconta un'Italia di provincia, in cui la vittoria o la sconfitta politica possono essere decise da uno scandalo, e il confine tra verità e menzogna è in mano all'etica dei giornalisti.

L'autore
Remo Bassini è nato nel 1956 a Cortona (AR). È direttore del periodico "La Sesia" di Vercelli. Ha pubblicato i romanzi Il quaderno delle voci rubate (La Sesia, 2002) e Dicono di Clelia (Mursia, 2006).

«La sua scrittura antiretorica, per nulla moralistica,
ci svela il "dietro le quinte" della politica e degli affari, smascherando la parte "oscena" del potere»

(dalla nota di Marco Travaglio)

Intervista all'autore

La vicenda dello Scommettitore è di fortissima attualità, soprattutto alla luce del "caso Storace". Quanto la tua esperienza di giornalista ha influito nel raccontare questa storia?

Microspie, intercettazioni telefoniche, ricatti: già negli anni novanta io, cronista di provincia, rischiai di essere vittima di questo meccanismo. Qualcuno aveva confezionato ad arte un dossier su di me, mescolando con abilità informazioni vere a falsità. Più sei piccolo e più il potere può schiacciarti. Fui fortunato. Smontai il dossier, e quindi la storia finì lì. E il potere mi convocò, dicendomi: Io non c'entro nulla, l'iniziativa è stata di qualcun altro. Quel qualcun altro è rimasto senza volto. Ma so come lavorò: su me e su altri, che furono meno fortunati.

In questo romanzo, come nei tuoi precedenti, emerge la descrizione di una provincia molto torbida, dove ci sono molti più intrighi di quanti se ne possano immaginare. Perché hai scelto di raccontare questo aspetto della vita politica e sociale del nostro paese?

Conosco i peccati della provincia, che spesso un cronista tiene per sé: su un giornale scrivi se hai le prove, altrimenti becchi una querela. Ma quello che ho raccontato vale anche per le metropoli, una sorta di agglomerati di più province dove però i peccati si disperdono nella moltitudine. E conosco i politici: i più diventano schiavi del loro ruolo, della loro poltrona. Hanno il terrore di perdere il potere. Senza, si sentono denudati di una loro identità. La politica come droga, insomma, e non come servizio.

Lo scommettitore è un uomo di dubbia moralità, eppure nel corso del romanzo scopriamo che ha un'etica forte e una grande dignità. Come hai tratteggiato questo personaggio?

Mentre il politico ha bisogno di riconoscimenti, lo scommettitore ha più affinità con coloro che lavorano dietro le quinte. La sua droga è vincere attraverso la scommessa. Ma un giorno lo scommettitore decide di guardarsi allo specchio. Si vede e non si piace. E, facendo la scommessa più difficile della sua vita, riscopre cose che credeva di aver perduto.

Nel tuo romanzo c'è anche molta povertà. Persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che lottano ogni giorno con la mancanza di denaro e la disoccupazione. Scrivere Lo scommettitore è stata anche un'occasione per denunciare questa realtà?

È la parte più autobiografica del libro. Anni fa anch'io feci una scommessa: riuscire a vivere per oltre un anno con pochi soldi messi da parte. Più tardi conobbi un uomo che aveva fatto una scommessa più grande della mia: aveva rinunciato alla sua ricchezza per diventare un barbone. Nel romanzo ho saldato queste due esperienze, ma non solo: essere il figlio di un cassintegrato che con l'80 per cento del suo stipendio deve mantenere moglie e tre figli è qualcosa che resta dentro, sempre.

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