Chi
è lo scommettitore? È uno che scommette prima di tutto
con se stesso, e poi con gli altri. Uno che se ascolti i suoi consigli
ti farà vincere sempre, perché il suo mestiere è
quello di usare intrighi e menzogne per farti ottenere un incarico
politico, una poltrona da sindaco, da assessore regionale. Lo scommettitore
lavora nell'ombra e mette in campo ogni mezzo: prostitute, cimici,
spioni, corruzione. E più la scommessa è difficile,
più lo scommettitore ama giocare. Fino al giorno in cui decide
di scendere in campo in prima persona per una donna, candidata sindaco
ma già data per perdente... Un libro che racconta un'Italia
di provincia, in cui la vittoria o la sconfitta politica possono
essere decise da uno scandalo, e il confine tra verità e
menzogna è in mano all'etica dei giornalisti.
L'autore
Remo Bassini è nato nel 1956 a Cortona (AR). È direttore
del periodico "La Sesia" di Vercelli. Ha pubblicato i
romanzi Il quaderno delle voci rubate (La Sesia, 2002) e Dicono
di Clelia (Mursia, 2006).
«La
sua scrittura antiretorica, per nulla moralistica,
ci svela il "dietro le quinte" della politica e degli
affari, smascherando la parte "oscena" del potere»
(dalla nota di Marco Travaglio)
Intervista
all'autore
La vicenda
dello Scommettitore è di fortissima attualità, soprattutto
alla luce del "caso Storace". Quanto la tua esperienza
di giornalista ha influito nel raccontare questa storia?
Microspie,
intercettazioni telefoniche, ricatti: già negli anni novanta
io, cronista di provincia, rischiai di essere vittima di questo
meccanismo. Qualcuno aveva confezionato ad arte un dossier su di
me, mescolando con abilità informazioni vere a falsità.
Più sei piccolo e più il potere può schiacciarti.
Fui fortunato. Smontai il dossier, e quindi la storia finì
lì. E il potere mi convocò, dicendomi: Io non c'entro
nulla, l'iniziativa è stata di qualcun altro. Quel qualcun
altro è rimasto senza volto. Ma so come lavorò: su
me e su altri, che furono meno fortunati.
In questo romanzo,
come nei tuoi precedenti, emerge la descrizione di una provincia
molto torbida, dove ci sono molti più intrighi di quanti
se ne possano immaginare. Perché hai scelto di raccontare
questo aspetto della vita politica e sociale del nostro paese?
Conosco
i peccati della provincia, che spesso un cronista tiene per sé:
su un giornale scrivi se hai le prove, altrimenti becchi una querela.
Ma quello che ho raccontato vale anche per le metropoli, una sorta
di agglomerati di più province dove però i peccati
si disperdono nella moltitudine. E conosco i politici: i più
diventano schiavi del loro ruolo, della loro poltrona. Hanno il
terrore di perdere il potere. Senza, si sentono denudati di una
loro identità. La politica come droga, insomma, e non come
servizio.
Lo scommettitore
è un uomo di dubbia moralità, eppure nel corso del
romanzo scopriamo che ha un'etica forte e una grande dignità.
Come hai tratteggiato questo personaggio?
Mentre
il politico ha bisogno di riconoscimenti, lo scommettitore ha più
affinità con coloro che lavorano dietro le quinte. La sua
droga è vincere attraverso la scommessa. Ma un giorno lo
scommettitore decide di guardarsi allo specchio. Si vede e non si
piace. E, facendo la scommessa più difficile della sua vita,
riscopre cose che credeva di aver perduto.
Nel tuo romanzo
c'è anche molta povertà. Persone che fanno fatica
ad arrivare a fine mese, che lottano ogni giorno con la mancanza
di denaro e la disoccupazione. Scrivere Lo scommettitore è
stata anche un'occasione per denunciare questa realtà?
È
la parte più autobiografica del libro. Anni fa anch'io feci
una scommessa: riuscire a vivere per oltre un anno con pochi soldi
messi da parte. Più tardi conobbi un uomo che aveva fatto
una scommessa più grande della mia: aveva rinunciato alla
sua ricchezza per diventare un barbone. Nel romanzo ho saldato queste
due esperienze, ma non solo: essere il figlio di un cassintegrato
che con l'80 per cento del suo stipendio deve mantenere moglie e
tre figli è qualcosa che resta dentro, sempre.
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